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Tralasciando l’utopica idea di eliminare completamente un rischio, è cresciuta la convinzione di poter essere in grado di prevedere e prevenire totalmente comportamenti meccanici ed umani, tanto da poter eliminare la possibilità del verificarsi di un evento infortunistico.

La multidisciplinarietà e la trasversalità della sicurezza sul lavoro palesano la necessità di interazione tra professionisti di diversa formazione per tutelare, mediante un approccio multifocale di tipo tecnico-ingegneristico, ergonomico, medico e socio-psicologico, la salute e la sicurezza delle persone nei luoghi di lavoro. Ciò nonostante, vige ancora un assunto deterministico che non fa altro che ledere gli innumerevoli sforzi condotti per raggiungere una sensibile diminuzione del numero di incidenti sul lavoro. In qualche modo, infatti, a partire dalla prima volta in cui si è parlato di “valutazione dei rischi”, si è assunta la validità di un’equazione che lega l’individuazione di un pericolo al suo controllo ed, ancora più erratamente, alla sua eliminazione. Tralasciando l’utopica idea di eliminare completamente un rischio, è cresciuta la convinzione di poter essere in grado di prevedere e prevenire comportamenti meccanici ed umani, tanto da poter eliminare la possibilità del verificarsi di un evento infortunistico. Considerare la variabile umana alla stregua di quella meccanica elimina ogni possibilità di analizzare in maniera efficace un contesto lavorativo in funzione dei rischi ivi presenti.

L’evento infortunistico è la risultante di innumerevoli fattori che vanno analizzati singolarmente così come in mutua relazione tra loro. Tale approccio rende il lavoratore protagonista del potenziale pericolo, non per imperizia o avventatezza, ma in quanto caratterizzato da una sua propria ed unica soggettività che, in maniera attiva o passiva, filtra ed elabora gli input esterni, compresi quelli legati ai corretti comportamenti da adottare nei luoghi di lavoro.

Comportamento sicuro

Esiste un profondo legame che lega i concetti di rischio e di pericolo, che sfocia in quella che viene definita “propensione al rischio”. Se da una parte il pericolo rappresenta una valutazione quantitativa, relativamente alle qualità di un sistema di generare eventi traumatico-lesivi, il rischio è più strettamente legato alla sfera emozionale e quindi alle caratteristiche soggettive dell’attore lavoratore. È possibile, quindi, definire il rischio come una predisposizione/ motivazione dell’individuo ad agire nonostante una situazione di pericolo. In questo modo l’azione è finalizzata ad affrontare il pericolo piuttosto che ad evitarlo.

Questo primo binomio, azione/non azione, va individuato come principale parametro dell’analisi dello human factor. Pur potendo affermare come in generale sia insita nell’uomo una propensione al rischio, una giusta analisi deve necessariamente tenere conto del livello di consapevolezza, con il quale tale propensione si manifesta. Tale argomento è stato oggetto di studi di carattere psico-sociale fin dagli anni Venti, dove venivano però presi in considerazione solamente fattori di tipo ambientale, organizzativi, fisiologici e sociodemografici.

Successivamente, prima con la “Teoria dell’azione ragionata” (1975, Ajzen e Fishbein) e poi con la “Teoria del comportamento pianificato” (1988, Ajzen), ancora considerata fondamento per quanto riguarda lo studio dei processi cognitivi, l’attenzione invece viene spostata sul comportamento dell’uomo. Secondo la “Teoria del comportamento pianificato” (TPB) infatti, la razionalità è il motore dell’agire umano. Inoltre, i comportamenti sono frutto dell’intenzione di metterli in atto. Tale intenzione ha origine dalle credenze, dalla valutazione degli esiti, dal clima percepito dal soggetto, dalle componenti sociali intorno ad esso ed in ultimo dalla “percezione di controllo comportamentale”.

Secondo Ajzen il comportamento può derivare direttamente dal controllo comportamentale, dall’intenzione, oltreché dall’atteggiamento del soggetto nei confronti del comportamento stesso oppure dalle aspettative degli altri significativi (il contesto sociale). Successivamente furono aggiunte due ulteriori variabili: le norme morali (1991, Ajzen e Beck) ed il comportamento passato (1998, Conner e Armitage).

Su queste basi, nel 1990 J.T. Reason classificò le azioni pericolose dividendole in “intenzionali” e “non intenzionali”, suddividendo le prime in “mistakes” e “violazioni” e le seconde in “slips” e “lapses”. Ad eccezione delle “violazioni”, le altre sono tutte manifestazioni di fallimenti di esecuzione, di apprendimento o di giudizio.  Proprio queste tre tipologie di fallimento sono, alla luce di quanto detto fino ad ora, alla base del binomio azione/non azione che può o meno portare al verificarsi di un evento infortunistico.

Come già ribadito, se da un lato risulta utile schematizzare il più possibile le variabili del sistema, non bisogna tuttavia dimenticarsi che non si tratta assolutamente di variabili indipendenti e che, al contrario, sono le une dipendenti delle altre, se pur in modo più o meno evidente a seconda del contesto.

Errori umani legati a fattori comuni

Questa prima categoria di fattori si riferisce a caratteristiche universalmente presenti negli uomini, le principali delle quali sono l’attenzione, la capacità di percezione e la memoria.

Per quanto riguarda l’attenzione, soprattutto quella volontaria, esercitata cioè coscientemente e con sforzo (differentemente dall’attenzione spontanea la quale agisce maggiormente sul piano emotivo), essa è fondamentale ai fini della sicurezza e può essere inficiata da fattori quali stanchezza psicofisica, sonno, monotonia del lavoro etc.

La percezione, parallelamente alla sensazione, rappresenta la modalità di input di fenomeni esterni. Mentre la prima (la percezione) consiste nell’acquisizione dell’input mediante la stimolazione di particolari organi sensoriali, la sensazione è una funzione psichica più complessa, che attinge a sensazioni ed elementi dell’esperienza passata. Se già in condizioni di normalità tali funzioni sono facilmente influenzabili (si pensi ad esempio all’influsso dello status psichico affettivo), fattori esterni legati all’ambiente di lavoro possono ulteriormente alterarle. Anomalie legate alle sfere percettiva e sensitiva possono manifestarsi sotto forma di disturbi quantitativi (esagerazioni o minorazioni dei caratteri sensoriali) o qualitativi (alterazione della capacità di percezione degli input esterni come distanze, colori, rumori etc.).  Come visto per l’attenzione, sono molti i fattori che possono agire su questi processi di acquisizione (sonno, stanchezza psicofisica, etc.) e l’attenzione stessa può essere una variabile da considerarsi non indipendente ai fini della valutazione.

La memoria, sia quella a breve termine che quella a lungo termine, riveste un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni, sia da un punto di vista operativo che dal punto di vista affettivo-relazionale. Soprattutto per quanto concerne la memoria a breve termine, sono molti i fattori che possono influenzarla negativamente e quindi avere ripercussioni di carattere oggettivo in termini di sicurezza.

Individuati i principali fattori comuni riferibili all’errore umano è necessario soffermarsi su quelli che sono stati delineati come possibili fattori di alterazione degli stessi. Dal punto di vista della sicurezza risulta fondamentale il sonno non inteso in termini di ore, ma piuttosto da un punto di vista soggettivo ovvero in termini di qualità. Patologie o fenomeni di insonnia, soprattutto di tipo lacunare (frequenti risvegli nel corso della notte) e terminale (risvegli precoci ed incapacità di riaddormentarsi), si ripercuotono pericolosamente sulla sicurezza abbassando il livello di attenzione e di vigilanza oltreché diminuendo le capacità di concentrazione e di decisione.

Allo stesso modo agisce la noia, riconducibile alla monotonia oppure alla ripetitività lavorativa, che tuttavia è caratterizzata da un più subdolo meccanismo d’azione che la rende più difficilmente individuabile e quindi maggiormente pericolosa.

Ulteriore fattore è la capacità decisionale, analizzata soprattutto dal punto di vista della sicurezza/insicurezza personale. La presenza o la mancanza di un’attitudine alla sicurezza in un soggetto si evolve con lui nel corso del tempo e della sua esperienza di vita o di lavoro. Tale evoluzione può portare allo sviluppo di sicurezze, insicurezze o pseudo sicurezze, le quali possono sfociare in errati atteggiamenti di imprudenza o negligenza. In quest’ottica, se da un lato l’esperienza giova alla capacità decisionale di un individuo, dall’altro non va affatto sottovalutato come la routine possa nuocere agli aspetti legati alla sicurezza di termini di sottovalutazione del pericolo, di diminuzione della soglia di attenzione e di trascuratezza nello svolgimento di operazioni ripetitive.

Alla luce di quanto visto fino ad ora, risulta evidente come il sistema essere umano – macchina – ambiente sia estremamente complesso e spesso imprevedibile. Mentre si può prevedere con un certo livello di affidabilità il guasto di una macchina, non è invece possibile fare lo stesso per l’errore umano.

In sostanza non si considera la componente sociale che lega i tre pilastri del sistema e che, necessariamente, rende l’uomo protagonista attivo del processo di individuazione, di valutazione, di prevenzione e di protezione dagli infortuni.

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