MADE IN ITALY E QUALITÀ: L’ACCOPPIATA VINCENTE MA LA SCELTA E’ DEL PRODUTTORE

REQUISITI E METODI DI PROVA DEGLI ANCORAGGI PERMANENTI, NUOVI CRITERI INTRODOTTI DALLA UNI 11578/2015
15 Maggio 2015
GUANTI PER LA PROTEZIONE MECCANICA DELLE MANI
15 Giugno 2015
REQUISITI E METODI DI PROVA DEGLI ANCORAGGI PERMANENTI, NUOVI CRITERI INTRODOTTI DALLA UNI 11578/2015
15 Maggio 2015
GUANTI PER LA PROTEZIONE MECCANICA DELLE MANI
15 Giugno 2015

Ogni nazione ha il suo marchio distintivo (Made in Italy, Made in Germany, Made in Japan, etc…) che caratterizza i propri prodotti e li fa risaltare per le loro caratteristiche esclusive e la loro “qualità”.

L’utilizzo dei termini “Made in Italy” e “qualità” nella stessa frase non è casuale, anzi occorre che questi due termini siano indivisibili! Ma è realmente così?

Con il termine “qualità” si intende una molteplicità di significati tecnici, complessi e articolati, difficili da sintetizzare. Non di rado il termine qualità assume valori differenti in relazione agli intenti di chi lo utilizza (costo, utilizzo, sapore, facilità di consumo, valore dietetico/nutrizionale ecc.).

E con il termine “Made in Italy”? Con questa espressione si intende che un prodotto è interamente realizzato in Italia, dalla progettazione e il lavoro su carta, fino al prodotto finito e pronto per la vendita.

Il nome “Made in Italy” dovrebbe indicare la totale ed effettiva provenienza e produzione italiana dell’articolo che porta in suo nome tuttavia in molti casi non è così.

Nella realtà molti prodotti possono portare il nome “Made in Italy” anche quando sono, invece, realizzati quasi interamente all’estero!

Secondo l’articolo 24 del codice doganale europeo (Reg. EEC2913/92) , un prodotto che è stato realizzato in due o più paesi è considerato comunque del paese in cui l’ultima trasformazione o lavoro sostanziale ha avuto luogo. E quindi? Quindi se un articolo viene prodotto per il 70% all’estero e per il 30% in Italia, quel medesimo articolo può essere etichettato come “Made in Italy”. E non è finita qui: un articolo che viene completamente prodotto all’estero potrebbe recare il marchio “Made in Italy” se commissionato da un’azienda con sede in Italia.

Tutto ciò è a scapito delle piccole e medie imprese che producono il puro e vero “Made in Italy”.

Il piuttosto ambiguo art.24 del Codice Doganale Europeo (reg. EEC 2913/1992), spinge i produttori italiani ad effettuare una scelta tra due ben distinti livelli nella qualità dei loro “prodotti italiani”, una scelta che sicuramente non va a favore del prestigio del marchio, ma, al contrario, crea dubbi e confusione agli occhi degli acquirenti.

Ecco le due strade di questo bivio:

 

  1. spostare la produzione all’estero con costi di produzione bassi e, il più delle volte, commissionando il lavoro ai numerosi laboratori cinesi in modo da ottenere un prodotto che non è al 100% ma ha un prezzo vantaggioso
  2. mantenere l’intera produzione in Italia, garantendo la migliore qualità dei materiali, una selezionata forza-lavoro altamente qualificata e completamente italiana ed un prodotto che è 100% “Made in Italy” ma che si presenta ad un costo maggiore perché maggiori sono i costi relativi alla gestione dell’affare e all’utilizzo di manodopera regolarmente assunta.

Vuoi restare sempre aggiornato?

_______

Ricevi gli ultimi articoli nella tua casella di posta.